La Santità e vita consacrata: sorgente e fine della vita spirituale

Simo Original

Ci possono essere molte teorie su cosa sia la santità, abbondanti spiegazioni e distinzioni. Tale riflessione potrebbe essere utile, ma nulla è più illuminante che ritornare alle parole di Gesù e raccogliere il suo modo di trasmettere la verità. Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini (cfr Mt 5,3-12; Lc 6,20-23). Esse sono come la carta d’identità del cristiano….In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita (Gaudete et Exsultate GE 63).

La santità alla luce delle Beatitudini è il centro dell’Esortazione di papa Francesco. Le Beatitudini costituiscono la vita concreta di Gesù e il suo programma che va seguito, meglio praticato. “Il cristianesimo, scrive il Papa, è una religione pratica: non è per pensarla, è per praticarla, per farla”.

Papa Francesco parlando alla 66° assemblea generale della CEI (maggio 2014) dice ai vescovi: “Promuovete la vita religiosa: ieri la sua identità era legata soprattutto alle opere, oggi costituisce una preziosa riserva di futuro, a condizione che sappia porsi come segno visibile, sollecitazione per tutti a vivere secondo il Vangelo. Chiedete ai consacrati, ai religiosi e alle religiose di essere testimoni gioiosi: non si può narrare Gesù in maniera lagnosa; tanto più che, quando si perde l’allegria, si finisce per leggere la realtà, la storia e la stessa propria vita sotto una luce distorta”.

La prima provocazione di papa Francesco è che la Vita Consacrata è vita nello Spirito se è evangelica e se nasce da un Incontro. “All’inizio dell’essere cristiano, è detto nell’Enciclica Deus caritas est, non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. “Il Cristianesimo è una dottrina d’innamoramento. I cristiani sono persone che hanno trovato qualcosa e qualcuno. Non siamo dei condannati alla virtù, ma persone felici di essere nella Casa del Padre” (sorella Maria dell’eremo di Campello).

All’inizio della Vita Consacrata ci deve esserci pertanto un incontro d’amore: essa priva del “prestigio delle opere” e del grande contributo di promozione dato alla comunità umana attraverso il suo “fare”, può vivere quale forma trasparente di una esperienza di fede nata da un incontro, in cui la persona è stata conquistata da Cristo e lo ha seguito lasciando tutto. L’amore vero ha bisogno di gesti e di sincerità: non ci si innamora di un’idea, ma di una persona. E come ci ricorda anche Papa Francesco, all’inizio del suo Pontificato: la tenerezza, non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro. Per questo non dobbiamo avere timore della bontà e della tenerezza. Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi”.

La tenerezza apre le porte dell’incontro, accoglie il mistero dell’altro senza giudicare, si fa carico del fardello di chi soffre, cammina accanto a tutti coloro che “sognano” vite migliori non come utopie che distruggono, ma come ponti che collegano cammini diversi, andando avanti, un passo dopo l’altro nella certezza che nel “sogno”, disegno d’amore di Dio, è custodito il mistero, ogni mistero.

La vita consacrata allora è così un cammino di santità perché è caratterizzata dall’essere in “uscita”. “Non si tratta di essere eroi né di presentarsi come modelli”, chiarisce Francesco, ma di “stare con coloro che soffrono, accompagnarli, cercare con gli altri percorsi alternativi, uscendo dalle nostre comunità per andare in cerca di situazioni umani di sofferenza e di disperazione”, in modo da illuminarle con “la luce del Vangelo”. “I tempi sono cambiati e le nostre risposte devono essere diverse”, la vita consacrata deve trovare forme che celebrino la «vita evangelica» con la missione, il mandato di creare o quantomeno promuovere l’incontro tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e Dio e degli uomini tra di loro.

Oggi più che mai è necessaria un vita consacrata capace di incontrare la gente nelle strade, non solo nelle proprie istituzioni: questo comporta mettersi in gioco, sporcarsi le mani o, come diceva Papa Francesco “puzzare di pecora”, farsi carico di persone con il proprio volto e la propria storia. La vita Evangelica è vivere l’umano quale manifestazione del divino.

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Per questo, papa Francesco, ci indica nella la beatitudine “Beati i misericordiosi”, “la grande regola di comportamento” (GE 95) dei cristiani, quella descritta da Matteo nel capitolo 25: “quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me”. Questa pagina, dimostra che “essere santi non significa vivere in estasi distaccati dalla realtà che ci circonda, ma vivere Dio attraverso l’amore agli ultimi (GE 96). Purtroppo, osserva, ci sono ideologie che “riducono il Vangelo”: da una parte i cristiani senza relazione con la grazia di Dio, “che trasformano il cristianesimo in una sorta di ONG” (GE 100); dall’altra quelli che “diffidano dell’impegno sociale degli altri”, come fosse superficiale, secolarizzato, “comunista o populista”, o lo “relativizzano” in nome di una propria etica”. Qui il Papa riafferma per ogni categoria umana di deboli o indifesi la “difesa deve essere ferma e appassionata” (GE 101). Pure l’accoglienza dei migranti, che alcuni cattolici, osserva, vorrebbero meno importante di alcuni questioni di bioetica e di ogni altra esigenza o bisogno del popolo, è un dovere di ogni cristiano, perché in ogni forestiero c’è Cristo, e “non si tratta dell’invenzione di un Papa o di un delirio passeggero” (GE 103).

Le beatitudini,infatti, non sono semplicemente una promessa di felicità futura che un giorno ci verrà donata. La beatitudine comporta un atto dichiarativo di Dio con cui Egli stesso capovolge l’ordine delle cose nel momento stesso in cui essa viene pronunciata. La parola di Dio è un “imperativo” perché fa quello che dice, in quanto fa quello che dice. Quindi la beatitudine è già realizzata in quanto detta, proclamata. Gesù pertanto dichiara beate delle persone che nell’accezione comune non contano nulla e in questo momento cambia la realtà delle cose. Le beatitudini instaurano un altro ordine perché creano una realtà nuova. Non è la situazione oggettiva che rende beati (povertà, tristezza, dolore…), ma la presenza del regno nella persona di Gesù che già capovolge le cose. Noi siamo chiamati a scorgere la salvezza in tutto ciò che è marginale o “scarto” agli occhi del mondo.

Le beatitudini comprendono in sé l’impegno di Dio. È Dio che si impegna personalmente a stabilire un altro ordine nel momento in cui proclama la beatitudine. I beati “saranno…”: comporta un passivo in quanto è Dio stesso a farsi carico che quello che dice si debba realizzare. Nel momento in cui proclama e dice qualcosa Dio, non solo si fa garante, ma si rende responsabile perché questo avvenga.

Anche l’uomo però è chiamato alla responsabilità perché le beatitudini sono la missione che Gesù affida ai suoi discepoli chiamati a stare con lui e a predicare. Nello stile semita, il verbo greco si presenta al futuro non perché abbia valore di presente, ma dice la qualità di un’azione. Il futuro indica la non compiutezza dell’azione e quindi lo spazio per l’azione dell’uomo. Il futuro è lo spazio dell’agire umano tra il presente di Dio e quello che tutti noi siamo chiamati a realizzare insieme a Lui. È il tempo della responsabilità dell’uomo nella costruzione del Regno di Dio.

Nel mondo culturale semita l’invito alla beatitudine comporta in questo senso l’invito a guardare avanti: il termine ebraico significa soprattutto un invito ad andare avanti, promessa che è certa e precede quanti vivono una determinata situazione, parola che indica uno stile da assumere, parola che cambia l’ottica con la quale si guardano la vita, la realtà, gli altri (E. Bianchi). Certamente può anche significare “felici”, però noi con questo termine non abbiamo il significato di pienezza, compiutezza di ogni dono e ogni bene. È molto simile a quello che vuol dire essere “benedetti”. La forza creatrice della Parola di Dio che realizza ciò che promette e lo fa in pienezza non esonera l’uomo dal compito e dall’impegno di costruire insieme a Lui un mondo più fraterno e pieno nei confronti di tutta la creazione (cose e persone).

Risuona per noi come un invito a «non aver paura della novità che lo Spirito Santo fa in noi, non aver paura del rinnovamento delle strutture…Siamo invitati ad essere uomini e donne audaci, di frontiera: «La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte. [...] Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci» (Rallegratevi11).

Sr. M. Amelia Grilli (Roma - Montemario)

12 aprile 2019

 

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