La santità: dono che “converte” e "trasforma" la vita

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Nel secondo capitolo dell’Esortazione apostolica Gaudete et Exsultate, il Papa mette in guardia da quelli che definisce “due sottili nemici della santità”, che ha più volte fatto oggetto di riflessione in questi anni. Si tratta dello “gnosticismo” e del “pelagianesimo”, deviazioni della fede cristiana di molti secoli fa eppure, di “allarmante attualità” (GE 35).

Lo gnosticismo, è un’autocelebrazione della mente umana pensata come dio, “una mente senza Dio e senza carne”, una religione «al servizio delle proprie elucubrazioni psicologiche e mentali» (GE 40) che allontanano dalla freschezza del Vangelo. Si tratta, per il Papa, di una “vanitosa superficialità, una “logica fredda” che pretende di “addomesticare il mistero di Dio e della sua grazia” e così facendo arriva a scegliere, “un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo” (GE 37-39).

Il neo-pelagianesimo è, secondo Francesco, un altro errore derivato dallo gnosticismo. A essere oggetto di adorazione qui non è più la mente umana ma la volontà, lo “sforzo personale”, una “volontà senza umiltà” che si sente superiore agli altri perché osserva “determinate norme” o è fedele “a un certo stile cattolico” (GE 49) come se la santità fosse frutto della volontà e non della grazia. “L’ossessione per la legge” o “l’ostentazione della cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa” sono alcuni aspetti tipici di coloro che vivono il cristianesimo in questo modo (GE 57). Francesco ricorda invece che è sempre la grazia divina a superare “le capacità dell’intelligenza e le forze della volontà dell’uomo” (GE 54). Talvolta, constata, “complichiamo il Vangelo e diventiamo schiavi di uno schema”. (GE 59). Si tratta di un cristianesimo ossessivo, sommerso da norme e precetti, privo della sua «affascinante semplicità» (GE 58) e del suo sapore.

La santità personale è innanzitutto un processo compiuto da Dio che ci attende. Questa è la santità: «lasciare che il Signore ci scriva la nostra storia»

Queste indicazioni di Francesco ci portano a ripensare, a “fare conversione” sul nostro essere cristiani e sul nostro cammino di santità a partire dell’Incarnazione e dal dono della grazia.

L’Incarnazione ci rivela il Verbo della vita, il Figlio di Dio che assume la carne dell’uomo: questa non è un’idea filosofica, non è un concetto da cogliere solo alla luce della ragione: è innanzitutto un incontro, un volto da contemplare, una parola da udire, un corpo da toccare, così come l’evangelista Giovanni ci testimonia nella sua prima lettera.

Non è possibile considerare la nostra comprensione della Parola come «un sistema chiuso, privo di dinamiche capaci di generare domande, dubbi, interrogativi».

L’Incarnazione è la luce attraverso cui possiamo comprendere il volto di Dio nella storia oggi, la sua manifestazione concreta nella vita di coloro che anche disturbano le nostre idee di Dio, che ci provocano a trovarlo anche lì dove gradiremmo un’idea ordinata di perfezione e di bellezza. «Le domande del nostro popolo, le sue pene, le sue battaglie, i suoi sogni, le sue lotte, le sue preoccupazioni, possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare… Le sue domande ci aiutano a domandarci, i suoi interrogativi ci interrogano» L’Incarnazione ci rivela che non c’è nulla di umano che non meriti di essere accolto, nulla che non possa essere salvato. Il Signore Gesù passa, ancora oggi, nella realtà concreta della nostra vita e nelle situazioni più ordinarie della nostra storia. Egli non cerca e non porta con sé delle norme da osservare, quasi delle indicazioni per poterlo raggiungere: offre relazione, una relazione capace di portare a maturità e piena verità tutte le nostre relazioni fraterne.

Non possiamo costringerlo o trattenerlo dentro quella comprensione che abbiamo acquisito di Lui, dentro il nostro modo di conoscerlo. C’è un altrove: l’altrove della conversione, è l’altrove che ci fa uscire dalle nostre precomprensioni per acconsentirci di accogliere il vero volto di Dio che Gesù desidera rivelarci. Per conoscere Dio dobbiamo lasciare che la sua Parola ci spinga a uscire da ciò che pensiamo di aver già capito e ci conduca nell’altrove del suo modo di rivelarsi, sempre nuovo.

Il mistero della persona di Gesù e il senso della sua presenza tra noi è compreso solo da coloro che si lasciano conquistare da Cristo, dal suo amore, dal suo Vangelo e intraprendono un cammino di comunione con Lui. 

Gesù non chiede ai suoi discepoli “tu che dici che io sia”, ma “voi chi dite che io sia”: la via della conoscenza che Gesù vuole non è solo la via dell’analisi personale, intellettuale o intimista, ma soprattutto la via della relazione, del rapporto, quasi che Gesù si possa conoscere più profondamente come comunità che come singolo. È nelle relazioni comunitarie che emerge in pienezza il mistero della persona di Gesù: voi chi dite che io sia. Gesù lo si conosce se si è Chiesa, comunità e questo si potrà realizzare in modo più autentico e vero, accettando di lasciarsi coinvolgere dalle relazioni interpersonali e dalle dinamiche relazionali tipiche della vita comunitaria.

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Se la nostra ricerca di Gesù diventa un’occasione per fuggire la fatica delle relazioni, fuggire la fatica di relazioni riconciliate, fuggire la fatica di amare i nostri nemici: se accade questo potremmo vedere in Gesù solo un grande personaggio della storia. È il Vangelo stesso che ci ricorda che dalla qualità delle nostre relazioni gli altri crederanno: è il comandamento nuovo dell’amore. Questo lasciarci coinvolgere nelle dinamiche relazionali in ogni contesto ci dà la capacità di essere testimoni efficaci di Gesù, di permettere agli altri di credere in Dio.

“Detto in altre parole: in mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni, Gesù apre una breccia che permette di distinguere due volti, quello del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti in più. Ci consegna due volti, o meglio, uno solo, quello di Dio che si riflette in molti. Perché in ogni fratello, specialmente nel più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di Dio. Infatti, con gli scarti di questa umanità vulnerabile, alla fine del tempo, il Signore plasmerà la sua ultima opera d’arte” (GE 61).

Necessaria, soprattutto, al nostro cammino di santità è la grazia: “La Chiesa ha insegnato numerose volte che non siamo giustificati dalle nostre opere o dai nostri sforzi, ma dalla grazia del Signore che prende l’iniziativa” (GE 52).

La grazia è dono che nasce dalla vita trinitaria e personale di Dio, mistero di relazioni che donano identità nell’amore. È l’amore che definisce il Dio di Gesù Cristo, è anzitutto l’amore del Padre per il Figlio. Amore sempre in atto, in continuo stato di dono di vita e di grazia, sempre presente nel tempo dell’eternità di Dio. Il Padre dona al Figlio tutta la sua vita, la sua stessa sostanza. Il Figlio, procedendo dal Padre, è colui che da sempre, senza fine, senza inizio, riceve il suo essere dal Padre. Lo Spirito, Dio sempre generante, sempre amante, che procede dal Padre e dal Figlio, può discendere fino a tutti noi per farci figli come il Figlio, dono che sacramentalmente riceviamo nel Battesimo.

Fatti figli nel mistero dell’umanità del Figlio, inabitati dalla presenza dello Spirito che è l'amore, abbiamo dal Padre il potere di essere anche noi coloro che dal Cristo accolgono l'amore e che lo vivono in comunione di reciprocità.

In questo mistero dell’amore salvifico di Dio non si tratta di decidere chi fa parte o non fa parte della comunità umana, ma di accorgerci che tutta l’umanità è redenta in Cristo, quindi amata e condotta insieme alla creazione ad un unico fine. La Gaudium et Spes attesta: lo Spirito Santo per vie misteriose, che egli soltanto conosce, conduce tutti alla Pasqua del Cristo, la pienezza della creazione (GS 20) 

Sr. M. Amelia Grilli (Roma - Montemario)

6 aprile 2019

 

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