La Santità: un dono da “praticare”

Sr. Aranxta"La forza della testimonianza dei santi sta nel vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale. Sono poche parole, semplici, ma pratiche e valide per tutti, perché il cristianesimo è fatto soprattutto per essere praticato, e se è anche oggetto di riflessione, ciò ha valore solo quando ci aiuta a vivere il Vangelo nella vita quotidiana" (Esortazione apostolica di Papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, Gaudete et Exsultate - GE 109).

Papa Francesco, nel 2014, invitata con forza i consacrati a vivere il presente con passione, cioè a vivere il Vangelo, farlo diventare regola suprema e incarnarlo nel vissuto quotidiano. Cosa vuol dire oggi per noi essere “Vangelo”, presenza prossima, tra la gente che incontriamo? Come incarnare la profezia della prossimità e come essere presenti alla storia e al cammino, qui e adesso, degli uomini del nostro tempo?

Alcune indicazioni possiamo trovarle tra quelle caratteristiche della santità che papa Francesco, nella Gaudete et exsultate delinea per il nostro oggi.

La prima delle caratteristiche che ci viene suggerita è quella della mitezza che sopporta con pazienza: “La prima di queste grandi caratteristiche è rimanere centrati, saldi in Dio che ama e sostiene. A partire da questa fermezza interiore è possibile sopportare, sostenere le contrarietà, le vicissitudini della vita, e anche le aggressioni degli altri, le loro infedeltà e i loro difetti…La santità che Dio dona alla sua Chiesa viene mediante l’umiliazione del suo Figlio: questa è la via. L’umiliazione ti porta ad assomigliare a Gesù, è parte ineludibile dell’imitazione di Cristo: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21). Egli a sua volta manifesta l’umiltà del Padre, che si umilia per camminare con il suo popolo, che sopporta le sue infedeltà e mormorazioni” (GE 112.118).

Il nostro aver seguito Cristo più da vicino, assumendone i tratti e lo stile di vita, non comporta avere acquisito un manuale di risposte da dare a ogni problema. L’esperienza che facciamo di Cristo non ci prepara alla risoluzione dei problemi degli altri, né ci qualifica per far fronte alle emergenze, ma ci dona semplicemente una vita da vivere e da condividere con chi incontriamo. La santità non è essere perfetti o privi di errori: “per riconoscere quale sia quella parola che il Signore vuole dire mediante un santo, non conviene soffermarsi sui particolari, perché lì possono esserci anche errori e cadute. Non tutto quello che dice un santo è pienamente fedele al Vangelo, non tutto quello che fa è autentico e perfetto. Ciò che bisogna contemplare è l’insieme della sua vita, il suo intero cammino di santificazione, quella figura che riflette qualcosa di Gesù Cristo e che emerge quando si riesce a comporre il senso della totalità della sua persona” (GE 22).

Questa verità può educarci ad avere una vita aperta. Proprio perché la grazia e l’amore ci precedono sempre, non possiamo rimanere estranei al cammino, alle fatiche, alle lotte dei fratelli. Dobbiamo scendere dal piedistallo e condividere il campo di battaglia… “Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. E bisogna cominciare dal basso». (Civiltà Cattolica, Intervista a Papa Francesco di Antonio Spadaro).

Altra caratteristica, che ci suggerisce l’esortazione di papa Francesco, è la gioia. La gioia nella tradizione biblica è ciò che contraddistingue e caratterizza la presenza del Signore in mezzo al suo popolo. Essa è la certezza della presenza di quella Parola che ha la potenza di far uscire un manipolo di schiavi da ogni forma di asservimento, per farne un popolo. I profeti annunciano nella gioia la venuta del Messia; la gioia sostiene il popolo in cammino in mezzo alle difficoltà; la gioia è presente nella “carne” di Gesù e in tutti coloro che ne riconoscono la presenza e la potenza salvifica: Maria, Elisabetta, i pastori, Simeone, Anna, Zaccheo, i personaggi delle parabole che accolgono il dono della misericordia.

La «gioia» è un evento intimo, opera e frutto dello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto. E la gioia è di per se stessa diffusiva, attraente. Il cristianesimo non si diffonde per proselitismo, ma per attrazione, ci dice il papa nell'esortazione sull'annuncio del Vangelo nel mondo attuale, Evangelii Gaudium.

Questo comporta, soprattutto per i consacrati caratterizzati da una sequela “speciale” del Maestro, imparare ad accogliere la fragilità del proprio limite, accogliere la possibilità della morte. “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore porta molto frutto” (Gv 12,24): il testo di Giovanni ci invita a essere segni di vita, profezia di vita alla luce della Pasqua. Non importa quanti siamo o cosa facciamo, ma conta l’essere segno, segno della potenza del Vangelo.

Abbiamo ricevuto la bellezza della sua Parola e la accogliamo «in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo» (1 Ts 1,6). Se lasciamo che il Signore ci faccia uscire dal nostro guscio e ci cambi la vita, allora potremo realizzare ciò che chiedeva san Paolo: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4) (GE 122).

La terza caratteristica, che l’Esortazione ci mostra, è quella dell’audacia e del fervore. Con questi termini la Bibbia ci indica, come dice la Gaudete et Exsultate: “Audacia, entusiasmo, parlare con libertà, fervore apostolico, la libertà di un’esistenza che è aperta, perché si trova disponibile per Dio e per i fratelli”. (GE 129).

È l’incontro, la sera di Pasqua, con il Crocifisso-Risorto che dona loro lo Spirito, Amore che salva e rinnova, che spinge a uscire, ad andare, ad annunciarlo. È l’incontro con quelle ferite che Gesù Risorto ha impresse nella sua persona a eliminare ogni distanza tra la vita dell’uomo e la vita di Dio, tra il peccato che ci chiude nello stantio delle nostre umanità ferite e la certezza che il Signore ci precede sempre nella Galilea dei nostri incontri, perché Lui è sempre oltre le nostre paure o i nostri fallimenti, perché Lui è l’unico a poter donare a ognuno non la certezza che tutto andrà bene o finirà bene, ma la certezza che tutto, ogni cosa e ogni vita in Lui, nel suo dono pasquale, ha un senso e un significato.

cucina di AjahUna quarta caratteristica è la comunità: “La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due”. Papa Francesco, citando Vita Consacrata, ci ricorda che: “La comunità è chiamata a creare quello «spazio teologale in cui si può sperimentare la mistica presenza del Signore risorto”. Il cammino comunitario ci conduce a scoprire sempre un Altro: l’altro di Dio che si manifesta nell'altro del fratello. L’invito a essere insieme santi ci comunica il valore della reciprocità. Reciprocità è innanzitutto amare gli altri che si vedono per amare Dio che non si vede, o, come diceva Caterina da Siena, “fare utilità” a Dio che non si vede attraverso il servizio e il dono di noi stessi ai fratelli.

Questo comporta che, per amare gli altri che ci sono affidati, necessariamente il nostro esercizio di misericordia deve passare attraverso la veridicità delle nostre relazioni fraterne: vuol dire promuovere la vita e la bellezza in tutto quello che facciamo e siamo; vuol dire avvolgere di tenerezza le nostre relazioni, i nostri incontri, i nostri sguardi; vuol dire imparare a cogliere l’essenziale che si nasconde dietro le nostre corazze e invitarci al passo successivo senza giudizio, senza rancore; vuol dire imparare a perdonare e a perdonarci; vuol dire ascoltare e vedere l’altro con gli occhi di Dio, cioè attraverso i colori e le sfumature dell’amore fino alla fine; vuol dire cogliere l’essenziale che si nasconde nella complessità delle nostre esistenze.

Sr. M. Amelia Grilli (Roma - Montemario)

27 marzo 2019 

 

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