Il prossimo 14 ottobre, al centro del Sinodo che si sta svolgendo in Vaticano sui giovani, Papa Francesco canonizzerà colui che ha voluto i Sinodi e cioè Paolo VI.

Pensare a Paolo VI come un vero pastore ci permette di comprendere com’è necessario vivere il Concilio Vaticano II. Oggi dopo cinquant’anni ancora si fa fatica ad accettare tutti gli insegnamenti del Concilio e ancor di più con grande fatica si riesce a vivere quella dimensione pastorale che emerge dal Concilio.

Quando si pensa a Paolo VI solitamente, si pensa ad un uomo di Curia, seduto dietro ad una scrivania e distaccato dalla realtà. Il Concilio vaticano II invece si è potuto concludere, consegnando alla storia una strada da percorrere per costruire il Regno di Dio, grazie alla pastoralità di Paolo. Per riscoprire la grandezza di Paolo VI è necessario lasciarsi affascinare dalla vita di Giovanni Battista Montini e soprattutto dai suoi lunghi carteggi. A differenza di quanto si dice su Montini, che pur era nato e cresciuto in una famiglia agiata e impegnata nella Brescia di allora (1897-1978), non amava particolarmente la vita diplomatica e ancor di più quella di Curia. È significativo il suo impegno pastorale, negli anni della sua lunga permanenza romana (rimarrà fino alla morte), come assistente, prima solo del circolo romano e in seguito nazionale, della FUCI. Nelle sue lettere alla famiglia in particolare emerge la sua grande voglia di “scappare” dai palazzi per ritrovarsi con i tanti giovani universitari con il desiderio di formare non solo gli uomini del presente ma anche e soprattutto quelli del domani.

Lo stile pastorale di Paolo VI non può essere ignorato se si vuole dare un’interpretazione adeguata dell’assise Conciliare. Per troppo tempo la figura di Paolo VI è stata trascurata e a volte anche bistrattata. L’Evangelii gaudium di Papa Francesco la si comprende solo se siamo in grado gli attuare il Vaticano II in quell’ottica pastorale voluta e realizzata da Paolo VI. La prossima canonizzazione non diventi solo un evento celebrativo ma possa diventare l’occasione per comprendere come la figura di Paolo VI, grande testimone e vero maestro di vita cristiana, può diventare la sfida della nuova evangelizzazione che la Chiesa è chiamata ad affrontare. Infatti, l’esortazione Evangelii nuntiandi del 1975, parla ancora oggi alla cattolicità della «dolce e confortante gioia d’evangelizzare» (n. 80) e la passione evangelizzatrice di Paolo VI si pone veramente esemplare per lo slancio missionario odierno.

La dimensione pastorale di Paolo VI passa anche attraverso la riscoperta di quella “comunione” che esiste tra la Chiesa e l’arte. Non va dimenticato che proprio Paolo VI in un incontro con gli artisti, il 7 maggio del 1964, ebbe a chiedere perdono per la mortificazione della loro creatività da parte di tanti uomini di Chiesa, consapevole che anche grazie alla bellezza l’uomo ritorna con il pensiero a Dio.

Per troppo tempo si è considerato Paolo VI solo un uomo di Curia, uomo distante dalla realtà e ancora peggio identificato come “il Papa del dubbio”, “Amleto”, “Paolo Mesto”. Invece, Paolo VI ha “traghettato nel mondo” la Chiesa uscita dal Concilio. Ha dialogato con la modernità senza fuggirla o condannarla a priori.

Tanti sarebbero gli aspetti da considerare della vita di Paolo VI, momenti che hanno segnato la vita e la santità di un Pastore che ha sempre e solamente amato la Chiesa. Non possiamo però tralasciare in ultimo il capitolo più affascinante della storia di G. B. Montini e cioè gli anni in cui fu Arcivescovo di Milano. È a Milano (1954-1963) che Montini si rende conto di persona del processo di secolarizzazione già iniziato e comincia a riflettere come arginarlo. Fondamentale diventa il dialogo, andando incontro a tutti, per testimoniare il Vangelo. È lo sguardo di Montini, uno sguardo aperto al mondo, da lui considerato come «un campo di messe» e non «un abisso di perdizione» (come scrive su “Azione Fucina” nel febbraio 1929) che determinerà i lavori del Concilio dopo l’elezione a Successore di Pietro e che caratterizzerà tutto il suo travagliato pontificato.

L’esperienza di Milano lo porterà ad attraversare le strade della sua diocesi passando soprattutto di fabbrica in fabbrica nelle periferie di Milano. Nella «Stalingrado d’Italia», come allora veniva chiamato Sesto San Giovanni, Montini si presenta come «l’arcivescovo dei lavoratori», cercando di superare l’idea che tra il popolo lavoratore e la Chiesa ci debba essere separazione se non addirittura separazione e inimicizia. Non dimentichiamo poi la Santa Messa di mezzanotte nel centro siderurgico di Taranto.

Per Paolo VI è fondamentale il dialogo basato sulla verità, non salottiero. Infine, l’amore per i poveri e i malati. A chi li assisteva diceva che dovevano curarli non solo con le mani ma con il cuore, che bisognava chiedere la grazia di amarli.

La centralità dell’annuncio della fede e la promozione umana sono aspetti, dicono dalla Congregazione per le cause dei santi, che lo legano molto a Papa Francesco. Montini è stato un pastore “in uscita”, un pastore del dialogo, un educatore appassionato.

Per quanto sottolineato e per tanto altro da approfondire con certezza dico che vale la pena di scoprirlo o di riscoprirlo così il grande Paolo VI.

Don Enzo Appella (Parroco di Francavilla sul Sinni - PZ, Italia)

12 ottobre 2018

 

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