Spirito Santo picc

"Il discernimento è un processo con cui la persona, in dialogo con il Signore e nell’ascolto della Parola e dello Spirito, arriva a compiere delle scelte fondamentali. L’ambito dell’esercizio del discernimento è quello di prendere decisioni, orientare le proprie azioni, scegliere dentro tutte quelle situazioni che la vita e l’esistenza ci mostrano incerte e che spingono a spinte interiori contrastanti.
Esso può essere applicato a una pluralità di situazioni. Vi è infatti un discernimento dei segni dei tempi, che punta a riconoscere la presenza e l’azione dello Spirito nella storia; un discernimento morale, che distingue ciò che è bene da ciò che è male; un discernimento spirituale, che si propone di riconoscere la tentazione per respingerla e procedere invece sulla via della pienezza di vita. Gli intrecci tra queste diverse accezioni sono evidenti e non si possono mai sciogliere o isolare completamente"

(I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, Documento preparatorio al Sinodo dei giovani

Il documento preparatorio al sinodo dei giovani ci offre l’icona della chiamata dei discepoli come paradigma interpretativo del discernimento: Nella ricerca del senso da dare alla propria vita, due discepoli del Battista si sentono rivolgere da Gesù la domanda penetrante: «Che cercate?». Alla loro replica «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?», segue la risposta-invito del Signore: «Venite e vedrete» (vv. 38-39). Gesù li chiama al tempo stesso a un percorso interiore e a una disponibilità a mettersi concretamente in movimento, senza ben sapere dove questo li porterà. Sarà un incontro memorabile, tanto da ricordarne perfino l’ora (v. 39).

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,35-42)

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'agnello di Dio!". E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: "Che cosa cercate?". Gli risposero: "Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?". Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

"Che cercate" sono le prime parole che Gesù pronuncia nel Vangelo di Giovanni. Esse definiscono il discepolo di Gesù come un cercatore, qualcuno capace e disponibile a lasciarsi provocare e a lasciarsi mettere in discussione da tutte le possibilità dell’esistenza quotidiana e dalle relazioni che in essa abitano.

luce e bibbia

Anche le prime parole che Dio rivolge all’uomo nel libro della Genesi, nel racconto delle origini, sono sotto forma di domanda: "Dove sei? Siamo nel giardino dell’Eden, quello che metaforicamente è lo spazio creato e donato da Dio all’uomo in cui vivere la relazione con Lui, l’Altro, con gli altri e con il creato. Dio raggiunge l’uomo subito dopo il peccato originale. L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio,l’uomo chiamato a fidarsi di Dio, a cui chiede di non appropriarsi della conoscenza del bene e del male, non si fida di quella Parola-progetto che Egli ha consegnato alla sua vita e ascolta altre voci.

Nel racconto del Genesi, l’umanità rappresentata da Adamo ed Eva, è posta di fronte a una scelta:Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire" (Gen 2,16-17). Termine chiave per comprendere la portata di questo racconto è la parola "conoscenza". Essa, per gli antichi ebrei, è qualcosa che va oltre un’attività mentale o intellettuale. In altre parole, "conoscere" non significava solo "sapere" o apprendere nuove acquisizioni, ma anche e soprattutto "sperimentare". Pertanto, più che di conoscenza del bene e del male, si tratterebbe piuttosto dell’esperienza del bene e del male. Ma se tale espressione indica una totalità, allora dovremmo dire "ogni esperienza del bene e del male" o più semplicemente "ogni tipo di esperienza".

Non si tratta quindi di un "albero" come gli altri, ma dell’acquisizione di una facoltà: quella di poter fare tutto, senza limiti, né censure, possibilità queste, che i due alberi, indicano non essere alla portata dell’uomo, ma di Dio: l’immortalità ("l’albero della vita") e l’onnipotenza ("l’albero della conoscenza del bene e del male").

Accettare di dipendere da Dio nella determinazione del bene e del male vuol dire scegliere se costruire l'esistenza e la propria storia con Dio o senza Dio; se essere gli arbitri assoluti di sé stessi, di quello che fare e di come fare o se vivere tutto questo nella relazione/conoscenza/esperienza di Dio.

Anche nella storia successiva dell’alleanza tra Dio e il suo popolo Israele, YHWH, attraverso la parola, rivelata loro come comandamento e legge, indica e svela il bene e il male. La parola di Dio indica a Israele qual è il bene che porta alla vita e qual è il male che conduce inesorabilmente alla morte: Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore, tuo Dio, se non che tu tema il Signore, tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu lo ami, che tu serva il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l'anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene? (Dt 10,12). A Israele, quindi, tocca solo decidersi per una delle due opzioni. Egli sa qual è il suo bene: è quello che la parola di Dio gli svela come costitutivo della sua condizione di popolo salvato da Dio e in alleanza con lui: Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore, tuo Dio: il Signore, tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo popolo particolare fra tutti i popoli che sono sulla terra.Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri: il Signore vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha riscattati liberandovi dalla condizione servile, dalla mano del faraone, re d'Egitto. Riconosci dunque il Signore, tuo Dio: egli è Dio, il Dio fedele, che mantiene l'alleanza e la bontà per mille generazioni con coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti (Dt 7,6-9).

Discernment picc

"Ri-conoscere" comporta un discernimento continuo: solo nell'assecondare questo bene c'è vita per Israele. Israele è libero di fare il contrario, può camminare al di fuori della strada tracciatagli da Dio e della situazione di popolo dipendente da lui, ma in questa nuova strada non avrà più Dio al suo anco, si ritroverà solo, in balia della sua "nitezza", in balia della morte. Deve quindi scegliere. La storia umana, una storia di libertà, ha avuto inizio in questo modo. All'uomo delle origini, come all'uomo di ogni tempo, è posta la stessa domanda riguardo l'uso della sua libertà.

Nel Vangelo di Giovanni la chiamata dei discepoli è posta dentro quella che viene chiamata la settimana inaugurale. L’evangelista ci presenta una serie di quadri ambientati in giorni diversi di un’unica settimana. Come all’inizio l’opera creatrice di Dio è realizzata in sette giorni così all’inizio della rivelazione del Cristo c’è di nuovo una struttura di sette giorni: è una settimana inaugurale che annuncia la nuova creazione, la creazione che sta compiendosi nella Parola fatta carne. All’interno della creazione nuova in atto nella persona di Gesù si inquadra la chiamata dei discepoli.

L’iniziativa è del Signore: è Lui che si volta e vede i discepoli che lo seguono e incontra con una domanda la loro ricerca. Nel mistero dell’Incarnazione Dio ha scelto di voltarsi verso l’uomo, di convertirsi a Lui: la Parola si fa carne per fare la tenda tra gli uomini e rivelare loro la pienezza della grazia e della verità, la pienezza della manifestazione gratuita di Dio tra gli uomini e la rivelazione del sua stessa persona.

È Gesù che vede i discepoli. Il verbo greco(Θεασθαι) possiamo tradurlo con contemplare. Non si tratta di un ideale contemplare platonico, ma dello stare di fronte all’evidenza dei fatti. È uno sguardo che riconosce, stupito, la bellezza dell’oggetto e quindi cerca di penetrarne il mistero senza esaurirne la grandezza ma abbeverandosi di esso. È quello che contemplano i testimoni, coloro che hanno fatto esperienza della vita di Gesù, lo hanno ascoltato, visto, toccato e per questo lo annunciano e mentre lo annunciano rimangono nel mistero della sua presenza che continuamente si rivela e dona vita (1Gv 1,1-4).

I discepoli del racconto si rivolgono a Gesù chiedendogli non dove dimora, ma letteralmente dove Egli "rimane". Il testo potrebbe essere con: "Maestro, dove rimani?". Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove egli rimaneva e quel giorno rimasero con lui".Gesùnonli invita a una conferenza, ma a fare una esperienza: venite e vedete, un imperativo e una promessa. Per divenire discepoli non è necessario il sentito dire, né una propria ricerca personale: è necessario un incontro. Per conoscere dove rimane Gesù bisogna sperimentarlo; bisogna stare con Lui, bisogna conoscerlo; eÌ una relazione personale non rivolta a una dottrina, ma a una persona concreta, reale, storica. Il rimaneredi Gesù non rimanda al luogo di un convegno o all’indicazione di una casa, ma alla possibilitàdi una relazione personale con lui.

Il verbo rimanere indica innanzitutto la relazione tra il Padre e il Figlio, quella comunione d’amore permanente che caratterizza il loro rapporto dall’eternità. Esso indica inoltre la realtà e la profondità della relazione tra Cristo e i suoi discepoli chiamati a essere in lui figli dello stesso Padre e a vivere di quella stessa comunione d’amore che è la vita eterna della Trinità (cfr. Gv 14-15). Coloro che seguono Gesù sono e divengono discepoli se rimangono dove Gesù rimane: nel Padre. L’esperienza del discernimento intesa come "ri-conoscere" l’incontro con Dio e l’esperienza che facciamo di Lui inizia nella contemplazione del mistero della vita di Dio.

Santa Caterina da Siena, dottore della Chiesa e maestra di vita spirituale all’inizio del Dialogo della Divina Provvidenza presenta se stessa come un "anima assillata da grandissimo desiderio verso l’onore di Dio e la salvezza delle anime", una donna assillata dal voler corrispondere alla presenza personale di un Dio che la inabitava e rimaneva in lei. Al Beato Raimondo da Capua, suo confessore, aveva scritto della sua esperienza di Dio da cui si sentiva amata, voluta e ricreata e di come si può entrare in relazione con Lui se non alla luce della Verità e nella sequela di Cristo crocifisso.

Dio stesso vuole che le persone conoscano l’amore nel quale sono amate. Egli lo svela loro all’occhio dell’intelletto perché possano conoscerlo, le attira a contemplare la dignità e la bellezza della creatura sua nell’amore nel quale Egli le ama: "O inestimabile e dolcissima carità, chi non s’accenderàa tanto amore? Qual cuore potrà reggere, senza venire meno? Tu, Abisso di Carità, pare che sii pazzo delle tue creature, come se Tu non potessi vivere senza di loro, mentre Tu sei il Dio nostro, che non hai bisogno di noi. Dal nostro bene a Te non si accresce grandezza, poiché Tu sei immutabile; dal nostro male a Te non viene danno, perché Tu sei somma ed eterna bontà. Chi ti muove a fare tanta misericordia? L’amore; non il debito o il bisogno che Tu abbia di noi, poiché noi siamo rei e malvagi debitori. Se io vedo bene, o Somma ed Eterna Verità, io sono il ladro e Tu sei l’impiccato per me, perché vedo il Verbo tuo Figliuolo confitto e inchiodato in croce; e di Lui mi hai fatto ponte, come hai manifestato a me, miserabile tua serva. Per la qual cosa il cuore scoppia e non può scoppiare, per la fame e il desiderio che ha concepito in Te" (Dialogo 25).

Se ogni vita è vocazione, ogni vocazione non può mai essere senza la Parola autorevole della Croce di Cristo, svelamento e manifestazione, innalzata a sigillo indelebile, dell’amore di Dio per ogni creatura. Il Padre, sempre nel Dialogo, spiega a Caterina perché ha voluto che il suo Figlio fosse elevato da terra sulla croce: "Vedendo la mia bontà che voi non potevate in altro modo esser tratti a Me, Lo mandai sulla terra, perché fosse levato in alto sul legno della croce, facendone un’incudine, in cui si fabbricasse il nuovo figlio, che eÌ il genere umano, col togliergli la morte e rivestirlo della vita della grazia. Perciò Cristo trasse in questo modo ogni cosa a seì, dimostrando l’amore ineffabile che aveva per voi, poiché il cuore dell’uomo eÌ sempre tratto per amore. Non poteva mostrarvi maggior amore, che dando la vita per voi. A forza dunque l’uomo eÌ tratto dall’amore, purché nella sua ignoranza non faccia resistenza a lasciarsi tirare. Giustamente dunque disse Cristo, che quando fosse levato in alto, avrebbe attirato ogni cosa a Seì; e questa eÌ la verità" (Dialogo 26).

Illuminated cross

Contemplando questo abisso/mistero d’amore che Dio riversa sull’uomo, egli si scopre creatura amata e fatta per la relazione, fatta per essere altro da sé, fatta per essere altro in comunione con l’Altro, gli altri. Il mezzo che permette all’amore di essere sempre più immagine dell’amante è la conoscenza.

La conoscenza o meglio il "cognoscimento di sé e di Dio" è ciò che ci rende coscienti di essere stati voluti quindi scelti e amati e che di conseguenza ci rende capaci di volere. Il "cognoscimento" è sorgente del discernimento: Ché discrezione non è altro che un vero cognoscimento che l'anima debba avere di sé e di me: in questo cognoscimento tiene le sue radici (Dialogo 9).

Il "cognoscimento" per Caterina non è frutto d’introspezione, né di pura psicologia. Esso è uno sguardo interiore che nasce dalla fede, da quello che Dio ci rivela di essere davanti a Lui e per Lui. Esso è fondamento della vita spirituale, punto di partenza di ogni ricerca, cammino e relazione con Dio: Dobbiamo fare uno principio d’uno cognoscimento di noi e di Dio in noi (Lettera 340).

Questo cognoscimento di sé, e di me in sé, si truova e sta sopra la terra della vera umilità. Chi sei tu e chi sono Io?, diceva il Signore a Santa Caterina, "Io sono Colui che sono, tu sei colei che non è…. se saprai queste due cose sarai beata". Il primo passo del conoscimento è cogliere che alla radice del nostro essere c’è il dono di Dio che per bontà ci ha creati e per amore ci ha redenti. La vera umiltà quindi ci porta a riconoscere la verità del nostro essere creature: da Dio abbiamo ricevuto l’esistenza e da Lui riceviamo la capacità di operare, di fare. La verità del nostro essere creature ci dona inoltre la coscienza del peccato che secondo Caterina, proprio perché ci allontana dalla comunione con Dio e ci porta ad amare ciò che Lui odia, riporta l’uomo al suo non essere, gli fa toccare con mano la sua radicale nullità.

Per questo però il principio del conoscimento è uno solo: il "cognoscimento" di noi e il "cognoscimento" di Dio in noi. Infatti il primo senza il secondo porterebbe la creatura alla disperazione, mentre il secondo secondo senza il primo porterebbe alla superbia. Dio quindi va conosciuto nella sua relazione alla creatura: Dio ci ha creati per amore e il suo amore ci precede sempre (Dialogo 143; Lettera 28), solo l’amore "lo costrinse" a crearci; prima che fossimo suoi amici ha pagato per i nostri peccati, ha pagato il prezzo del suo sangue per noi (Lettera 184); nel dono della sua grazia ci chiama a operare con lui.

Il "cognoscimento" allora è sia l’atto del conoscere, inteso non solo come attività del soggetto che pensa, ma del suo essere in relazione con la Realtà conosciuta da cui è illuminato e a cui tende, sia la consapevolezza e la concretezza dei gesti concreti attaverso cui il conosciuto si vive nella vita di ogni giorno (l’habitus).

La creatura "che ha in sé ragione" pensa la verità, discerne in, e a quali condizioni essa può diventare luce e forza della propria vita nella famiglia di Dio, vive nella cella interiore dove la Parola parla e dove operano i dinamismi attraverso i quali la persona vive di fede.

Tra tutte le attività umane, il conoscimento di sé in Dio e di Dio in sé nel Cristo è la più alta; è frutto della convergenza delle facoltà dell’anima, memoria, intelligenza,volontà, polarizzate dall’incontro d’amore con il Signore e coinvolte nella medesima operazione a cui partecipa anche il corpo e i sensi interni ed esterni.

Questo avviene quando il cuore dell’uomo eÌ tratto per affetto d’amore, viene tratto insieme con tutte le potenze dell’anima, cioeÌ la memoria, l’intelletto e la volontà. Accordate e riunite nel mio nome queste tre potenze, tutte le altre operazioni, che egli fa, materiali e mentali, sono tratte in modo piacevole, e unite a Me per affetto d’amore, perchè l’uomo s’eÌ levato in alto, seguendo l’Amore crocifisso….Lo mandai sulla terra, perché fosse levato in alto sul legno della croce, facendone un’incudine, in cui si fabbricasse il nuovo figlio, che eÌ il genere umano, col togliergli la morte e rivestirlo della vita della grazia.

Il conoscimento di cui Santa Caterina parla, scaturisce dalla fede e ne costituisce l’effetto nella persona che tutt’intera si affida a Dio, in accoglienza e risposta all’iniziativa divina. Si tratta di una energia che vivifica ed eleva la persona portandola a conservare, rimeditare nel cuore le parole, vivere con lo sguardo rivolto a Colui che ama per primo. La persona si riconosce fondata nella grazia di Dio che la spinge ad operare in un dinamismo che è quello della comunione di alleanza, in cui non è fondamentale ciò che si fa, ma il farlo con Lui e insieme ai fratelli e alle sorelle.L’uomo, immagine e somiglianza di Dio, partecipa, attraverso la facoltà della memoria che Dio gli dona, alla potenza del Padre. L’uomo cioè è fatto capace di relazione, è strutturato come essere aperto capace di coinvolgere tutto se stesso nella relazione con l’altro.

La creatura umana partecipa attraverso l’intelletto della sapienza del Figlio. Tale sapienza non è di tipo nozionale, ma esistenziale perché produce conoscenza e fede. La fede, infusa dal dono di grazia dello Spirito nel battesimo, è la risposta e la consegna dell’uomo al progetto del Padre. Essa si fonda come per Gesù nell’obbedienza, in quella incondizionata consegna filiale al disegno del Padre.

Se l’intelletto è la sorgente da cui scaturisce la vita della grazia, la volontà possiede la chiave che apre e chiude all’azione di Dio. La volontà è riflesso della clemenza dello Spirito. Lo Spirito è clemenza, misericordia che abita per dono di grazia, nell’uomo. Il dono di grazia ci rende ontologicamente figli di Dio, creature nuove, "graziate". Non è qualcosa di attaccato o posto, di posto accanto alla nostra umanità: è un dono inerente alla nostra persona vitalizzante e conformante. Esso ispira la volontà, nel dire di sì al progetto del Padre, nel divenire figli nel Figlio, amati nell’Amato.

Questo cammino di conformazione e di comunione è reso possibile dal Cristo, il Figlio fatto ponte per la salvezza dell’umanità. Lì dove il peccato ha spezzato la possibilità della relazione con Dio, dell’amicizia con Lui, Il padre ci ha donato il Figlio, fatto per noi "ponte", innalzato sulla croce dalla terra al cielo. Concretamente esso consiste nella salita dei tre "scaloni", cioè dei tre gradini della croce: il cammino della creatura è quello di accordare continuamente la sua volontà con quella di Cristo crocifisso. È questo ciò che ci fa amici di Dio, un dono che non ci raggiunge dall’esterno e che non è frutto di osservanze esteriori, ma è la vita dello Spirito che vive dentro di noi, che ci "innesta" a Cristo crocifisso, che ci nutre del suo Sangue, che ci fa figli nel Figlio, che opera con doni e virtù affinché la vita dell’uomo divenga un accordo, un armonia perfetta come lo è la comunione trinitaria.

La dottrina sul conoscimento non è una scorciatoia, non dispensa dalla ricerca della verità, non rende inerti e inoperosi. Nella cella del "cognoscimento" dove ascoltiamo la Parola di verità che libera e unifica la nostra vita, diveniamo artefici, artigiani del nostro cammino nella misura in cui accogliamo e vogliamo la volontà di Dio non come qualcosa di esterno alla nostra vita, ma come profondamente inerente ad essa ed intimamente trasformante.

Al conoscimento di sé e di Dio in sé segue l’esercizio delle virtù. Conosciuta la mia bontà la ama con il mezzo della virtù che ha concepito per amor mio. Dopo aver concepito per amore la virtù la partorisce subito nel suo prossimo, altrimenti non sarebbe vero che egli l’abbia concepita in se stesso. Se in verità mi ama fa certamente utilità al suo prossimo, né può essere diversamente; quanto l’anima ama me, altrettanto ama il prossimo perché l’amore verso di Lui esce da me (Dialogo 43).

Santa Caterina, ha coscienza di essere costituita per grazia "principio" del proprio voler essere;questo significa che Caterina vuole costruire se stessa nell’umanità rinnovata e resa figlia dal dono di Dio che la abita, dono che tutti abbiamo ricevuto nel Battesimo, e lo vuole fare lasciandosi costruire, costruendosi e costruendo, secondo le dinamiche della corrispondenza al tu della Parola di Dio che continuamente le parla dal di dentro di una esistenza abitata e plasmata dalla stessa Parola.

Questo stesso dinamismo diviene così discernimento continuo nel senso che esso non implica solo lo scegliere cosa fare o quali azioni porre in atto, ma lo scegliersi, il volersi cioè pienamente se stessi e il volersi continuamente in cammino verso il compimento totale del nostro cammino. Costitutivo di tale cammino è la volontà e la libertà di volere Dio, di scegliere Diop non come qualcosa di esterno o indipendente dalla nostra vita, ma come amico, comunione di vita profondamente abitata e trasformata. Si diviene in questo modo un altro Cristo, coloro che come Cristo hanno perduto e annegato la volontà lor propria e si sono vestiti e conformati con la sua accettando di fare insieme così la volontà dello stesso Padre.

Sr. M. Amelia Grilli, OP (Roma - Monte Mario)

20 gennaio 2018

 

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