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La Quaresima è quel periodo di penitenza di quaranta giorni, da cui il nome latino “quadragesima”, che va dal Mercoledì delle ceneri alla Settimana Santa. Un periodo che dovrebbe sviluppare in ognuno di noi una purificazione dello spirito per giungere alla Pasqua con la nostra “veste più bianca”, passando attraverso l’offerta che lo stesso Gesù ci indica nelle Letture del Mercoledì delle Ceneri, sia con l‘invito tratto dal libro del Profeta Gioele (2, 12-18): “Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti,,,” , sia con l’esortazione che rileviamo nel Vangelo di Matteo (6, 1-6  e  6,16-18) di dedicarci a far l’elemosina, alla preghiera e al digiuno avendo sempre presente, a nostro conforto e sostegno, che “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Matteo 7, 7-8).

Per un detenuto la Quaresima ecclesiale è una sorta di metafora della detenzione, che può essere intesa sia come una sorta di purgatorio preparatorio al paradiso inteso come resurrezione-ritorno alla vita “normale” e alla libertà, sia appunto come una personale quaresima intesa come periodo di espiazione, non in termini giudiziari ma in senso evangelico, quindi un periodo di privazione-preghiera-generosità e solidarietà coi propri compagni nel “viaggio” verso il ritorno alla libertà e, si spera, a una vita diversa e migliore, che rappresenti la propria personale resurrezione e redenzione.
Riuscendo a superare la visione spesso egocentrica ed egoistica della detenzione, chiaramente la medesima metafora probabilmente è vissuta da quei tanti per i quali la Quaresima non è solo quella della Chiesa, ma è una quaresima infinita, che dura e perdura sempre: l’infinita quaresima di chi soffre, di chi ha malattie che lo privano di una vita vivibile, di chi ha fame, di chi vive nella guerra e dalla guerra tenta di fuggire sognando una vita che il più delle volte è poi anche peggiore di quella da cui voleva scappare. Tutti dovremmo superare la “cecità” di chi pensa solo a se stesso e, magari approfittando dello spirito della Quaresima, cominciare ad aprire gli occhi su realtà che non ci piace guardare, non ci piace considerare, che certo guastano il piacere-abitudine di considerare la Pasqua solo come un’occasione per una vacanza, per incontrare amici (“Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi” dicevano i nostri nonni), per scambiarci colombe e altri doni di quella radicata tradizione che ci parla più di megapranzi che di digiuni, di divertimento più che di sacrificio, di spese fatue più che di elemosina.

Importante sarebbe soffermarci su quell’iscrizione che troviamo all’ingresso di tanti cimiteri: “Pulvis es et in pulverem reverteris”, che guarda caso è proprio una delle formule di imposizione delle Ceneri nel Mercoledì che introduce alla Quaresima: “Ricordati che sei polvere e che polvere ritornerai” (Genesi 3,19).
Ma non solo questo dovremo fare: a cominciare da chi come me è un detenuto, portato spesso a sentirsi il più sfortunato del mondo, cominciamo invece tutti a pensare e convincerci che se la nostra personale quaresima a noi appare assai lunga, per molti, per troppi, la loro personale quaresima è invece realmente infinita, e che in troppi posti del nostro povero mondo ancora, purtroppo… è sempre quaresima, e che quaresima!
Che per tutti arrivi la vera Pasqua, quella che fa risorgere il nostro spirito e ci fa tornare alla vita, in attesa della nostra personale ascensione che ci regali l’inizio della “vera” vita!

Giuseppe Rampello, Casa di reclusione di Rebibbia (Roma)

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